Ho cambiato il post naryàndir, ho modificato un po' il manoscritto (ma adesso non ho più un titolo).
Eccone un' anteprima:
Osservò la luna, come a chiederle consiglio. Le gocce di sudore le rigavano il viso, disegnando i più strani contorni su un volto provato dalla fatica. Respirava affannosamente, e le bruciava il graffio sulla guancia che si era fatta attraversando il bosco. Si fermò un attimo a prender fiato. Il petto si muoveva al ritmo impresso dal suo cuore, come se stesse ballando una strana danza tribale, attorno ai fuochi e ai tamburi dei guerrieri e ai fumi che nella notte t’invadono la mente; i polmoni ansimavano per l’enorme sforzo. Posò per terra il fagotto che portava sulle spalle, chinandosi sul ruscello per sciacquarsi le ferite al volto e alle braccia.
[...]
Si voltò di scatto, sentendo un rumore provenire da dietro di lei; i capelli umidi percorsero un’ampia circonferenza, e una ciocca si posò di traverso sugli occhi. Infilò la mano nella tasca e ne estrasse un pugnale. Il cuore continuava a battere velocemente, il respiro era così flebile che nessuno avrebbe mai potuto sentirlo, il pugno era serrato attorno al manico, con i tendini tesi. Guardò per un attimo intorno, rimanendo immobile, con i muscoli all’erta, osservando poi con cura le fronde degli alberi lì intorno. I suoi occhi vagarono per un po’, quando capì cos’era il rumore. Il fagotto si era mosso. Ripose il pugnale nella tasca, sollevata, e rimettendosi sulle spalle il fagotto, riprese la sua marcia.
[...]
La fatica era enorme, il sudore cadeva negli occhi, facendoli bruciare. Li chiuse un attimo per diminuire il dolore, ma così facendo non si accorse del pendio che stava per attraversare. Il piede scivolò, e rovinò a terra di petto, il fagotto accanto a lei. Presero a scivolare entrambi lungo il crinale, lei mormorò qualcosa, cercando di aggrapparsi prima al fagotto e poi a un appiglio fortuito. Non ci riuscì. Arrivò nella parte bassa, e notò che un altro taglio si era aperto sulla guancia. Emise un flebile mugugno quando se lo toccò. I capelli, lunghi e neri erano oramai pieni di terra, e il suo volto, era sciupato dalle ferite.
[...]
Era la voce che lei temeva. Cercò di scappare, ma la persona che aveva appena parlato le si porse davanti. Lei si voltò e cercò di correre dall’altra parte, ma un altro le bloccò il passaggio. Era in trappola. Stava ritta sulle sue gambe, come un’autentica guerriera, mentre i capelli sporchi e bagnati le scendevano a ciocche sulle spalle. L’atmosfera si fece piena di tensione. I Garlash si avvicinarono a lei, fino a che lui prese parola.
- “Non saluti il tuo capitano, piccola Aryandir?”
Lei si voltò, guardandolo a fondo con quei suoi occhi color dell’ambra.
- “Non sei più il mio capitano Armyard, ho tradito il mio popolo una volta, ma questo non vuol dire che lo tradirò una seconda. Non sono più una vostra alleata.”
[...]
Si mosse verso Aryandir, che, voltatasi nuovamente verso di lui, mormorò:
- “Non l’avrai!”
Afferrò il coltello dal fianco e lo scagliò verso il comandante. Quello lo scansò, e questo diversivo le diede il tempo di prendere il fagotto dalle spalle, e innalzarlo in aria, quando dal cielo nero, attraversando le nubi che si preparavano a metter pioggia, un luganyo scese in picchiata, e infilato il lungo becco nelle corde, e s’innalzò nuovamente in aria, pronto ad abbandonare quel posto. Armyard urlò, le pupille gli si strinsero, ordinò ai suoi uomini di attaccare. I Garlash scagliarono frecce verso il luganyo, il grande uccello marino, ma non riuscirono a colpirlo. Si voltò verso Aryandir, quando notò che stava scappando. La rincorse, prendendo la freccia dalla faretra. La incoccò e la scaglio verso lei. La freccia fece centro nella spalla, facendola cadere a terra.
[...]
Erano passate ormai un paio d’ore da quando Armyard si era allontanato dal corpo di Aryandir, furioso nell’animo, intenzionato a ritrovare il luganyo, o ancor meglio, il fagotto che trasportava. La pioggia si era fatta più insistente, nonostante gli alti alberi ne rallentavano la caduta con le loro fronde. Il corpo di Aryandir, la donna elfo ribelle, giaceva in terra, mentre le gocce le cadevano dalla fronte giù fino a terra. Il corpo aveva conservato in sé il suo calore, e gli alberi, adesso, cominciavano a scintillare della sua linfa vitale.
[...]
Le nuvole nere, non accennavano a smettere di piangere. Chiunque fosse passato da quelle parti, avrebbe potuto giurare di aver visto all’improvviso una lucina, debole e fioca, avvicinarsi alla bocca di Aryandir, per poi svanire nel nulla. Ma non c’era nessuno lì; nessuno che con occhio umano era in grado di notare quello che stava succedendo.
Una piccola luce, come un segnale in mezzo a tutto quel buio, come un faro da guida per le navi disperse in un mare burrascoso, avanzava lentamente, dondolando di qua e di là, come una lucciola, apparentemente priva di una meta. Invece la luce continuò a brillare per un po’, fino a che, posatasi sulle labbra della giovane donna elfo, si spense. Tutto tornò immobile, tranne quel piccolo essere che adesso si muoveva incuriosito su quelle labbra ormai prive di rossore. Chiunque, a parte gli esseri umani, avrebbe potuto riconoscere in quell’essere così piccolo, un guardiano del bosco.
[...]
Aveva un paio d’ali cristalline sulla schiena, che s’illuminavano quando le muoveva; mentre il corpo era simile a cinque filamenti tutti convergenti verso il centro, come le punte di una stella convergono verso il suo interno. Due di questi filamenti erano le gambe, due le braccia, e quello ritto in alto era il collo con la testa. O meglio, non c’era una vera e propria testa, come noi siamo soliti immaginare, era come una stella marina. Non aveva occhi, ma questo non voleva dire che non riuscisse a vedere. La guardiana del bosco si avvicinò al corpo senza vita di Aryandir, portò entrambe le braccia nella zona in cui, normalmente, avrebbe dovuto trovarsi la bocca, e intonando un canto doloroso quanto leggero, invitò altri guardiani a farsi strada nella radura, per raggiungerla.
Di lì a poco, comparirono lentamente dall’alto degli alberi, o dal profondo della foresta quattro luci, dondolandosi lentamente verso il corpo di Aryandir. Le luci sostavano a mezz’aria, mentre la guardiana che per prima aveva raggiunto il corpo cominciò a parlar loro intonando una strana melodia. Sembrava un suono di violino, ma molto più flebile, e molto più piacevole. Quando ebbe finito il suo canto, gli altri guardiani si posarono sulla donna elfo, uno per piede, uno per mano, spegnendo le loro ali quando toccavano il corpo, ma fu quando la quinta guardiana, Lyan, poggiò le sue mani sulla testa di Aryandir che il corpo della donna elfo, così come i cinque guardiani del bosco, sparì dalla scena, lasciando al suo posto un bagliore che durò un paio di secondi, per poi disperdersi, lasciando strada al ritorno dell’oscurità.
Luca Nisi